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Abbazia di S. Nicolo' (sec. XI)

Furono i Conti Rapizzoni Arnolfi, ad attendere nella prima metà del sec. XI, alla costruzione dell'Abbazia di San Nicolò sul luogo di un antico cenobio. Questa abbazia, ancorchè abitata da monaci benedettini, fu dedicata al culto di San Nicola, Vescovo di Mira, il cui nome venne contratto in Nicolò. Verso la fine del sec. XI, l'allora Abate Carbone pensò di sottoporla alla protezione del monastero di Farfa, abdicando alla propria autonomia.

L’Abbazia prosperò ancora fino a tutto il XIV secolo. Perduta la sua autonomia , l’Abbazia si avviò a un rapido declino. Verso la metà del XV secolo venne data in commenda ai Capitoli di S. Gregorio e San Pietro di Spoleto, ed a essi definitivamente incorporata nel 1531, fatto che ne segnò la fine.

Soltanto nel 1965, grazie alla lungimiranza dell’allora proprietario avv. Alberto Violati, l’intero complesso architettonico ormai ridotto a rudere venne restaurato e restituito al culto. Osservando la chiesa si nota sulla sinistra l’ampio portale marmoreo dal quale si accede all’Abbazia.

In cima alla torre campanaria è stata ricollocata, in occasione dei recenti restauri, la campana maggiore fatta fondere dall’Abate Leonardo nel 1314..

All’ingresso della chiesa è stata reinserita, sulla facciata principale, una copia del portale, il cui originale, strappato dalle murature ed esportato negli U.S.A. nel 1936, contro il parere degli organi di tutela e delle autorità locali, è oggi esposto al Metropolitan Museum of Art di New York. All’interno della chiesa si nota una navata principale, affiancata dalle due navatetelle laterali. Quella di destra è costituita da sole colonne, alla maniera paleocristiana; quella di sinistra presenta un ritmo ternario dato da pilastri precedenti e seguiti da due colonne.

Dei molti affreschi che dovevano decorare le pareti interne della chiesa, restano oggi soltanto due frammenti: una Madonna in trono commessa nel 1295 al maestro tuderte Rogerio, ed un Santo Pontefice identificabile in San Gregorio Magno ed attribuito alla stessa bottega del maestro tudertino.

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